Paolo Guzzanti

Paolo GuzzantiPaolo Guzzanti fa parte della generazione  perduta: bombardato fin da piccolo da aerei e da menzogne degli adulti, poi incupito dal conformismo organizzato dai grandi partiti di massa e dal cattolicesimo di massa, castigato e infine espulso da tutte le scuole della Repubblica, approdò al giornalismo con violento candore creando problemi a tutti e scrivendo articoli e interviste memorabili, come quella che anticipò di 13 anni Tangentopoli, al ministro democristiano Franco Evangelisti – detto “A Fra’, che te serve?” – che ha trasformato in un caso di ventriloquismo teatrale.
Padre d’arte di Sabina, Corrado e  Caterina, è stato sempre famoso per le sue personificazioni (guai ad usare con lui la parola “imitazioni”) seguendo un istinto che lo ha portato a giocare tiri surreali ai politici, mentre raccontava sulle pagine dei giornali le guerriglie in America Centrale, il conflitto libanese degli anni Ottanta, la Varsavia di Jaruzelski e il Cile di Pinochet. Poi si vanta di aver salvato il presidente della Repubbluca Francesco Cossiga dalla deportazione coatta in manicomio come volevano i suoi nemici.
Nel 2011 ha scritto una “autobiografia del secolo”, come dice lui, in cui ha usato a man bassa i suoi ricordi di guerra e dopoguerra, la storia dei giornali per cui ha lavorato e quella della sua famiglia romana, romagnola e siciliana creando un puzzle che è la storia d’Italia nel XX Secolo, ma vista in uno specchio frantumato.
Da quel testo – “Senza più sognare il padre” (Aliberti editore) – ha tratto un lavoro teatrale che ha intitolato “La ballata del prima e del dopo”, portato a marzo in scena al Brancaccino di Roma, ridotto del Teatro Brancaccio.
Così, arrivato all’ultimo giro della vita creativa ha deciso di dedicarsi, oltre che alla scrittura suo primo vero amore, al teatro e alla pittura che coltiva segretamente nel garage in affitto, salvo quando piove perché detesta la pioggia.

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